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Scavo archeologico Drimolen

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Rendiconto missione 2006

Nel mese di luglio 2006 è stata avviata la prima missione paleo-antropologica italiana in Sudafrica, composta da membri e collaboratori del Laboratorio di Antropologia del  Dipartimento di Biologia Animale e Genetica dell’ Università di Firenze, (sotto la direzione del prof. Jacopo Moggi-Cecchi) e da ricercatori dell’ University of the Witwatersrand, Johannesburg, Sudafrica.
Il gruppo di ricerca è stato impegnato nello scavo al sito paleontologico di Drimolen, con lo scopo di far luce sulla presenza in Sudafrica di una delle più antiche specie del genere Homo, indicata da alcuni autori come Homo ergaster, e finora rappresentata da alcuni resti dentari e parti di cranio. Negli anni passati i ricercatori sudafricani avevano rinvenuto a Drimolen numerosi resti fossili di Ominidi appartenenti a due specie diverse – una attribuita al genere Homo e l’altra alla specie Australopithecus robustus, qui rappresentata da un cranio quasi completo di un individuo femminile e da numerosi resti di denti, mandibole e porzioni di cranio. La ricerca mira da una parte a chiarire le caratteristiche morfologiche distintive di ciascuna delle due specie di Ominidi e dall’altra a individuare le tracce delle più antiche evidenze culturali di questi Ominidi, sotto forma di utensili litici. Nella prima fase della missione si è proceduto alla selezione, identificazione, restauro e conservazione dei reperti rinvenuti nelle campagne precedenti, attività svolte insieme ai collaboratori sudafricani. Infatti la limitata disponibilità di personale tecnico sudafricano che si occupi della identificazione, restauro e catalogazione dei reparti rinvenuti, aveva determinando un rallentamento delle ricerche, con accumulo di materiali paleontologici scavati ma non ancora identificati. Dopo questa prima fase di identificazione di reperti fossili dalla matrice rocciosa, si è passati allo scavo nei sedimenti decalcificati, nei quali il lavoro è proceduto in maniera più spedita. Sono stati aperte due aree di scavo organizzate in quadranti di 1mx1m per 10 cm di profondità.
Il risultato più sensazionale della missione di quest’anno, oltre al rinvenimento di numerosi resti di faune, è stata la scoperta di un osso isolato del  braccio, un omero, appartenuto ad un neonato di Ominide. Si tratta di un reperto molto ben conservato e lungo appena 5 cm e mezzo. L’individuo a cui apparteneva il reperto al momento della morte aveva solo poche settimane di vita. L’eccezionalità del ritrovamento sta nel fatto che si tratta di uno dei pochissimi resti di primi Ominidi così giovani rinvenuti fino ad  oggi sia in Sudafrica che in tutta l’Africa orientale.

 
 
 
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